Negli ultimi mesi abbiamo parlato spesso di un passaggio generazionale “soft”, un balzo verso il futuro che darà i suoi frutti solamente nel lungo periodo, facendo mantenere alle nuove console una sorta di continuità con la dimensione occupata dalle vecchie macchine. Dopotutto siamo nell’era dei videogiochi cross-gen, degli hardware mid-gen, degli anni in cui le reali potenzialità delle architetture riescono a brillare solamente sul finire del ciclo vitale, proprio come accaduto nel caso di The Last of Us Part 2.

Ma c’è un elemento particolare che differenzia profondamente le strade scelte dai produttori di piattaforme. Nel caso di Sony non si è mai parlato di ecosistema, i servizi hanno ricoperto un ruolo marginale e l’obiettivo si è invece stretto attorno a PlayStation 5, un po’ come accadeva sul finire degli anni ’90. In effetti, quando si ha finalmente PS5 sotto mano, ci si rende conto che l’approccio della casa giapponese è profondamente legato alla concezione più classica.

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PlayStation 5 desidera ardentemente presentarsi come una cosa nuova. Risulta nuova nell’estetica, rovesciando completamente la tradizionale stilistica della casa giapponese; risulta nuova nella user-experience, che tradisce la volontà di staccarsi dal passato; risulta nuova nel controller, che promette e dimostra di voler cambiare profondamente la percezione del giocatore; per finire risulta nuova anche nell’hardware, che sceglie di non puntare sulla forza bruta della GPU per imboccare un sentiero tangenziale.

Altre cose, invece, non cambiano mai. Chi ha scelto di compiere il salto assieme a PS5 sa che troverà ad accoglierlo, da qui a Natale, una line-up di titoli volenterosa di portare avanti il lavoro ultimato da Ghost of Tsushima di Sucker Punch. È consapevole di trovare pre-caricato Astro’s Playroom, di poter ondeggiare fra i palazzi di Spider Man: Miles Morales, di potersi perdere nei meandri di Boletaria con Demon’s Souls, nonché di poter tornare presto a vestire i panni di Ratchet & Clank.

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Sa che c’è un Final Fantasy XVI in cantiere che sarà disponibile in esclusiva console, che Santa Monica Studios sta preparando Kratos per il lancio di God of War: Ragnarok, che gli artigiani di Naughty Dog sono già al lavoro su un nuovo progetto. Insomma, ci sono un sacco di persone che guardano gli ultimi sette anni trascorsi in compagnia di PS4 come uno dei periodi migliori in assoluto nella loro vita da videogiocatori. Persone che ne vogliono ancora.

Forse al giorno d’oggi non si comprano più semplici “macchine”. Quello che c’è sotto il cofano delle nuove console ha perso di importanza, gli anni 2000 sono finiti da un pezzo. Infatti, a differenza del passato, sapete già quasi tutto. Pensateci: sapete già come gireranno i giochi, cosa si nasconde sotto la scocca, persino quanto sono lunghi i tempi di caricamento. Oggi si compra il “mondo” PlayStation, una filosofia immateriale e legata al modo di immaginare e portare al pubblico l’universo dei videogiochi, e la stessa cosa vale per la concorrenza. Ora, però, è giunto il momento di lasciar da parte la filosofia e trattare cose più concrete.

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Ecco la nostra PS5 con lettore il giorno dell’unboxing.

PlayStation 5 è una console enorme. Per quanto scontato, questo è il primo pensiero che attraverserà la mente di chiunque si troverà a scartarla il prossimo 19 novembre. Con i suoi 39 centimetri di altezza, 26 di larghezza e 10,4 di profondità, è la console per videogiochi più grande mai realizzata. Ciò non significa solamente che non passa di certo inosservata, ma soprattutto che fareste meglio a prendere le misure dei vani ritagliati nei mobiletti sotto al vostro televisore, onde evitare brutte sorprese al momento dell’installazione.

Anche perché, come ormai saprete, la macchina necessita di una base per essere disposta tanto in verticale quanto in orizzontale. Nel primo caso è necessario saldarla sul fondo della console tramite una piccola vite inclusa nel pacchetto, mentre nel secondo basterà far scorrere la base fino al punto d’incastro sul retro senza dover sfoderare alcun attrezzo. Per quanto criticata, la presenza della base non è poi così ingombrante: in fin dei conti ciascuno di noi sa già se disporrà PS5 nell’uno o nell’altro senso, pertanto si tratta di una manovra da effettuare esclusivamente al momento dell’unboxing.

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La console arriva con il nuovo controller DualSense, accompagnato dal cavetto USB Tipo C necessario per ricaricarne la batteria integrata. A questo proposito, l’autonomia del gamepad resta nella media: non è una sorpresa se consideriamo il possibile impatto del feedback aptico sui consumi, e riesce a garantire circa 7 ore di gioco consecutive senza necessità di dover passare dai box nei titoli meno impegnativi. Accanto al pad troviamo poi il cavo di alimentazione, come sempre senza trasformatore esterno, assieme a un cavo HDMI 2.1 compatibile con l’Ultra High Speed.

confronto
Il primo confronto fra le console ammiraglie della next-gen.

Il fronte alto monta una coppia di affilati LED che, come da tradizione, riscaldano l’atmosfera con tonalità blu elettrico per poi sfumare verso il bianco ad accensione ultimata; scorrendo verso il fondo incrociamo una porta USB 3.1 e una Tipo C immaginate per il DualSense, mentre appena più in basso c’è il pulsante di accensione e quello di controllo del lettore, che ovviamente non è presente nella variante Digital Only. Il retro, gradevole e a dir poco minimalista, ospita altre due prese USB 3.1, una porta Ethernet, una destinata all’alimentazione e l’immancabile HDMI Out.

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Si tratta senza dubbio di una console disegnata e costruita per farsi guardare a lungo. Attira parecchio l’attenzione, e dal vivo riesce a mostrarsi decisamente più accattivante rispetto ai render embrionali. Il fianco sinistro, nello specifico, sfoggia una leggera curvatura che regala ombreggiature inaspettate a quella scocca bianco panna intenta ad abbracciare il guscio nero lucido. È vero, all’inizio bisogna abituarsi alle sue linee aliene, ma dopo pochi minuti diventa molto difficile staccare gli occhi dalla macchina.

D’altra parte è un oggetto di design che si trova in uno strano equilibrio sul filo del prodotto premium. Alcuni dettagli sono incredibili, come i minuscoli rilievi ispirati agli storici simboli PlayStation che ricoprono tanto l’interno delle placche quanto i grip del DualSense. Al tempo stesso, le dimensioni, i materiali e le forme disorientanti trasmettono un’idea barocca della console per videogiochi, molto distante dal minimalismo funzionale che ha sempre caratterizzato gli hardware della casa.

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dualsense
Il DualSense è l’elemento più next-gen di tutta la next-gen.

Come abbiamo brevemente accennato, l’elemento che più ci ha sorpreso durante questi giorni in compagnia di PS5 sta nel fatto che appaia e si comporti come una cosa nuova. Non vuole essere come il passaggio da un iPhone 10 a un iPhone 11 Pro Max, e neppure come quello da una Nvidia 2070 a una 3090. Ed è interessante che a farci prender coscienza di questa sensazione sia stato prima di tutto Astro’s Playroom, un’esperienza che sembrava destinata a passare in sordina.

Il segreto risiede tutto nel DualSense, ed era dai tempi di Wii e Wii Sports che non potevamo fare una dichiarazione simile. Il nuovo controller di Sony è semplicemente vivo. Reagisce agli input, oppone resistenza, accarezza i palmi delle mani, ci domanda di soffiare nel microfono integrato, combatte con le nostre dita, insomma, irradia un’aura di novità, un feeling che purtroppo è impossibile da imprigionare nei confini di un testo scritto.

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Sta di fatto che il DualSense è un elemento centrale nella next-gen di Sony. Lo si realizza ondeggiando fra i grattacieli della Manhattan di Spider-Man: in mezzo ai virtuosismi tecnici della New York in 4K, le corna del gamepad cominciano a solleticare la pelle, quasi fossimo noi a scagliare le ragnatele per poi impugnarle con decisione pesando sui grilletti adattivi. È un comportamento che fa inevitabilmente galoppare la fantasia fino alle prossime fatiche first party di SIE, qualcosa che potrebbe portare innovazioni pazzesche. Ma, realisticamente parlando, è anche un elemento che nell’orbita delle terze parti potrebbe tranquillamente cadere in disuso.

astro
Astro’s Playroom è un tuffo nel futuro di tutte le funzionalità PlayStation 5.

Poco importa, perché il DualSense rimane bellissimo. È senza dubbio un gamepad estremamente elegante, e riesce anche ad essere il più funzionale fra quelli partoriti da Sony. Il peso è quello giusto, leggermente maggiorato rispetto al DualShock 4, la presa è solida e non c’è un pezzo fuori posto. Il touchpad è sensibilmente migliorato, praticamente si può apporre la propria firma con un dito, mentre lo speaker sul confine degli stick analogici si è arricchito di un microfono interno.

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Una volta premuto il piccolo rilievo del logo PlayStation al centro del controller, la coppia di led disegnata attorno al touchpad mima l’effige della console che si accende. Passano un paio di secondi e ci si trova all’interno del mondo di PS5, scoprendo che tutta l’essenzialità che mancava nelle linee dell’estetica si stava nascondendo dall’altra parte dello schermo. Un fascio di luce che richiama il title screen di Final Fantasy VII illumina brevemente l’atmosfera, e in un battito di ciglia si alza il sipario sulla nuova schermata Home.

In alto campeggia la scritta Giochi, quasi a voler ricordare che ci troviamo sulla console erede di PS4. Immediatamente sotto appare l’elenco dei contenuti installati, e scorrendo l’analogico ci si rende conto che ciascuno di essi funziona come se fosse un tema a sé stante. Evidenziando Spider-Man: Miles Morales, un wallpaper dedicato all’arrampicamuri si prende l’interezza dello schermo, mentre le note della colonna sonora originale battono il ritmo del sottofondo musicale. E questo vale per tutti i titoli della libreria: selezionando ad esempio Shadow of the Colossus, un meraviglioso quadro di Wander si allarga rapidamente sul TV sostenuto da un’inconfondibile strumentale.

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dash
La nuova schermata Home trasuda lo spirito di PlayStation.

Nel resto della user interface fa capolino solamente lo lo stretto necessario: il pulsante gioca, la scheda dedicata ai trofei, e tanto basta. In alto a destra sbucano tre piccole icone: la ricerca, le impostazioni e il profilo, mentre tutto il resto dello spazio è riservato esclusivamente al videogioco protagonista. Pulita, essenziale, atmosferica: secondo il nostro parere si tratta di un passo avanti più che netto rispetto al caos di quadratini figlio dell’horror vacui che ci siamo lasciati alle spalle. È al tempo stesso più immediata e più bella da vedere, qualità che avrebbero senz’altro fatto gola a Steve Jobs.

Ed è una filosofia che si traduce anche nelle opzioni richiamate dal pulsante Home, quando ci si trova impegnati in gioco. Al momento della pressione, veniamo accolti da una lista dei Trofei per il software in uso con tanto di tracking, mentre al di sotto si srotola una sottile gamebar personalizzabile volta ad ospitare tutte le funzionalità di cui potremmo necessitare sul momento. Accanto all’icona della Home troviamo ad esempio le notifiche, l’audio, i download attivi, la Game Base in cui contattare gli amici e tutti gli altri grandi classici.

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Ce ne sono due, tuttavia, che meritano un’analisi particolare. La prima si chiama Switcher, e trapelando in rete ha tratto in inganno molti utenti facendo pensare a una sorta di Quick Resume per PS5, una funzionalità capace di sospendere e riavviare più giochi senza soluzione di continuità. Purtroppo così non è: lo Switcher è semplicemente una finestra che raccoglie il software in uso e quelli più recenti. Permette sì di balzare fra i titoli senza dover passare dalla Home, ma deve necessariamente chiudere l’applicazione prima di eseguirne un’altra. Probabilmente si tratta di un embrione destinato a evolversi nel corso del tempo, ma al momento appare come il più classico dei “vorrei ma non posso”.

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gamebar
Il centro di controllo è interamente personalizzabile. La funzione Switcher, tuttavia, non ci ha convinto.

La seconda, invece, è strettamente legata all’inedito tasto Create del DualSense, nato per sostituire il tradizionale Share. Oltre a consentire di scattare screenshot e catture del gameplay, la funzionalità Create registra automaticamente gli ultimi sessanta minuti trascorsi nel titolo in esecuzione, permettendoci di salvarli o scartarli in base alle nostre esigenze. Così non bisognerà più preoccuparsi di aver perso per sempre un momento leggendario nel corso della partita, preservando al tempo stesso lo spazio di archiviazione.

A questo proposito, l’intero OS che abbiamo appena raccontato occupa circa 157,8 gigabyte, pertanto, sul totale di 825 che caratterizzano la SSD integrata, ne avremo a disposizione solo 667,2 destinati all’archiviazione dei titoli installati. Considerando che un first party come Spider-Man: Miles Morales pesa 52GB questa ristrettezza potrebbe non sembrare un problema, ma bisogna tenere in considerazione l’enorme dimensione che alcuni titoli stanno assumendo negli ultimi tempi; installare Call of Duty: Modern Warfare, ad esempio, succhierebbe via circa un quinto dello spazio totale.

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Abbiamo deciso di abbinare PS5 a due schermi che si trovano agli estremi opposti: un vecchio Philips del tutto privo di funzionalità HDR, e un Samsung QLED Q80T. Per quanto riguarda le incertezze legate al cavo HDMI, questo viene riconosciuto come 2.1 dal TV 120Hz, e per fugare ulteriori dubbi è stato certificato come tale anche dalla stessa Sony quando l’abbiamo interpellata. Di conseguenza, è in grado di sostenere l’esecuzione di DMC 5 Special Edition al massimo del potenziale, al momento l’unico titolo del catalogo che presenta opzioni Turbo.

spiderman
Pur apprezzando il 4K con ray-tracing, in tutti i giochi che abbiamo provato ci siamo sempre affidati alle modalità a 60fps.

Detto questo, il cavo HDMI presente nella confezione si presenta quantomeno atipico rispetto allo standard, mentre nelle ultime ore è trapelata la notizia del mancato supporto ai 1440p, che alla luce delle strategie lascia il tempo che trova. Ciò che invece ci ha stampato un sorriso sul volto è Spider-Man: Miles Morales, capace di girare in risoluzione 4K nativa con possibilità di upscaling fino agli 8K e tecnologia ray-tracing, forte di un’illuminazione evoluta ed effetti particellari aggiuntivi; questa configurazione, definita Fedeltà, opta per un blocco del framerate a 30fps per spettinare il giocatore con tutta la forza bruta della next-gen.

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Se invece bramaste la performance, nel caso specifico i 60fps, potreste preferire la modalità dedicata che garantisce sì il 4K, ma solamente upscalato, sacrificando il ray tracing e le altre chicche in favore del framerate. La scelta di lanciare la console assieme alla Manhattan dell’Uomo Ragno ha sicuramente pagato: i tramonti di fuoco che scaldano i palazzi innevati, in simbiosi con i costanti riflessi che illuminano la skyline, disegnano un mosaico di sfumature capaci di incendiare la gamma dei colori. Miles Morales è, ad oggi, la vera demo tecnica della nuova console, pur essendo una produzione cross-gen; ma oltre a stupire per la resa dell’illuminazione, brilla soprattutto per dei tempi di caricamento allineati alle promesse della casa: semplicemente, i caricamenti non esistono.

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Il feedback si può estendere tranquillamente ad Astro’s Playroom, ovviamente meno impegnativo ma gradevolmente capace di sostenere in totale silenzio il 4K nativo a 60fps, restituendo un feeling inedito per un platform in tre dimensioni. La cosa più stimolante è che tutto questo accade mantenendo la PlayStation 5 in uno stato di semi-inattività, con picchi di decibel inferiori a quelli toccati da un HP Pavilion da ufficio (sotto i 40 decibel), e una temperatura all’interno dei bocchettoni che raramente si spinge sopra i 50°. Dimenticate quindi il suono assordante della PS4 Pro pronta per il decollo: l’unica situazione in cui si alza leggermente l’asticella dei rumore è circoscritta all’esecuzione di un gioco tramite disco.

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La scelta di tematizzare la Home per ogni titolo si estende all’intero catalogo.

Questa, nel nostro caso, si è forzatamente limitata alla retrocompatibilità, e stiamo per toccare un ambito avvolto in una coltre di comunicazione fumosa, perché non c’è ancora chiarezza riguardo le funzionalità migliorative e quali esperienze toccheranno. Alcuni titoli riceveranno patch dedicate alla next-gen, cosa che nel corso della nostra prova è accaduta solamente a Days Gone (4K dinamico a 60fps), mentre altri ancora potrebbero dare vita ad errori, come Smite di Hi-Rez e qualche capitolo di Assassin’s Creed. Ma cosa succede, invece, prendendo in considerazione altre esperienze?

La situazione è complicata: istintivamente saremmo portati a pensare a una retrocompatibilità full parity limata dalla boost mode, ma la verità è che molte IP fanno caso a sé. In Bloodborne, ad esempio, i tempi di caricamento di un teletrasporto dal Sogno del Cacciatore a Yharnam Centrale si sono ridotti dai 18 secondi di PS4 Pro con SDD (e dagli oltre 30 con disco rigido) ai soli 10 secondi di PS5, mentre il framerate è rimasto fisso sui 30fps. Nel caso di Sekiro, invece, il framerate sulla mid-gen di Sony si attestava intorno ai 40fps, situazione che appare migliorata sulle sponde di PlayStation 5.

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I miglioramenti sembrano strettamente legati alle impostazioni di lancio dei diversi titoli analizzati. Sekiro su PS4 Pro poteva beneficiare del framerate sbloccato: se al tempo era incapace di raggiungere i 60fps, è naturale che restituisca prestazioni migliori nei confini di una macchina più potente, così come è naturale che l’SSD riduca i tempi di caricamento. Il caso di Final Fantasy VII Remake poi è lampante: i tempi di caricamento non esistono più, sono letteralmente azzerati, e l’intera avventura può essere vissuta senza la benché minima interruzione.

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Le prestazioni della retrocompatibilità variano tra un titolo e l’altro: FFVII Remake ha azzerato i tempi di caricamento mantenendo tutto il dettaglio estetico.

Date le premesse, il rischio concreto è quello di fare “cherry picking”, fornendovi un feedback che non fotografi efficacemente le condizioni di retrocompatibilità dell’intera libreria. A brillare sono le esclusive, con God of War in modalità performance finalmente capace di ancorarsi ai 60fps, ma il resto dell’offerta sarà da valutare caso per caso. La sensazione, in tutta onestà, è quella di trovarsi di fronte a una feature di boost che a volte funziona in modo a dir poco strepitoso, ma che non faceva parte del concept originale della console; la lista di titoli che potrebbero destare problemi spaventa, senza contare che, senza Microsoft, è possibile che la funzionalità non sarebbe mai esistita.

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Anche se non possiamo parlare dettagliatamente della UX e della UI di Playstation Plus, una volta citata la concorrenza sarebbe impossibile glissare sulla Collezione PS Plus. Sostanzialmente si tratta di una selezione di 20 esperienze che hanno segnato la generazione PS4, ora incluse nel tradizionale abbonamento per tutti gli early adopter di PS5. Certo, non ha le dimensioni del Game Pass ma la Collection consegna nelle mani dei giocatori opere come God of War, Bloodborne, Persona 5, The Last Guardian, Uncharted 4 e The Last of Us Remastered, corredate da altre grandi esclusive oltre che da top seller di terze parti, tra cui Monster Hunter: World e Final Fantasy XV.

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È obbligatoria, infine, una breve considerazione nello stile “occhio non vede, cuore non duole”: esaurito tutto ciò che appare sullo schermo, bisogna necessariamente trattare ciò che si nasconde all’interno della scocca. E pur essendo un gioiello dal punto di vista ingegneristico e di costruzione, PS5 monta componenti, fra cui CPU e GPU, che sulla carta (ma anche nell’esecuzione delle terze parti) risultano inferiori rispetto a quelle della diretta concorrente.

Come sottolineato da Digital Foundry, una GPU più minuta può significare anche prestazioni più agili, con la conseguenza che la performance potrebbe sorprendere se paragonata al grezzo numero di TFLOPs, per sua natura inadatto a definirne le caratteristiche. Allo stesso modo, il tanto discusso SSD ha un ordine di efficienza che doppia i risultati di PS4, e in teoria potrebbe riempire in soli due secondi l’interezza dei 16GB di memoria di PS5. Ma mai come in questo caso i dubbi potranno essere fugati solamente attraverso analisi dedicate alle singole produzioni; in questo senso, l’apporto del nostro Digital Foundry si dimostrerà più che mai prezioso.

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Sony PS5 è la sintesi di tutte queste caratteristiche. È una macchina che nasce per incarnare un concetto di novità che sembrava aver abbandonato il mondo console da un paio di generazioni, nonché per trasmettere lampi d’innovazione futuristica sacrificando sprazzi di continuità. È il frutto di una serie di scelte ardite che richiedono tempistiche di valutazione decisamente più ampie rispetto a quelle di un semplice upgrade, e questo vale tanto per il DualSense, quanto per l’architettura dell’hardware.

Anche se nel corso degli ultimi mesi abbiamo respirato un’atmosfera molto diversa da quella del classico passaggio alla next-gen, sulla scrivania alla nostra destra è poggiato un oggetto dalle forme aliene, una specie di supercar delle console per videogiochi, qualcosa che riesce a restituire le stesse sensazioni vissute una ventina d’anni fa. Alla fine, nonostante la predominanza di processori, circuiti e schede di memoria, il balzo generazionale è riuscito a rimanere un momento emozionante; ciò è accaduto grazie a PS5, una macchina che mira a replicare i medesimi momenti vissuti in gioventù.

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Secondo noi lo scopo di PlayStation 5 era proprio questo: custodire gelosamente il futuro, raccogliere tutta l’eredità del passato e trasformarsi in un cancello pronto ad affacciarsi su una nuova epoca di grandi produzioni, capaci di far sorridere, piangere e sognare. Anche se oggi abbiamo parlato di cose concrete, la nona generazione di console sarà senza dubbio ricordata come quella delle filosofie contrapposte; e se la dimensione artistica di Sony ha già trionfato in passato, mai come in questo caso il futuro degli hardware da salotto si trova in bilico tra offerte validissime.

Source : Reddit